venerdì 13 giugno 2008

Dissertazione filosofica dopo il concerto di Manu Chao

Andare ad un concerto è come intraprendere un viaggio: si sa dove si sta per andare e con chi, ma ci sono tante variabili da tenere in considerazione. In primo luogo, può darsi che il posto non ci attiri più di tanto, ma quello di cui ci importa realmente è la compagnia. Può darsi anche che si stia per partire per la meta dei nostri sogni, per la quale saremmo anche disposti ad incamminarci da soli; in questo caso possiamo farci accompagnare da qualche simpatico amico sventurato, che non ha voglia di trovarci in qualche lista di persone scomparse, oppure possiamo davvero prendere baracca e burattini e metterci in cammino, consapevoli che, quasi sicuramente, incontreremo per la strada qualcuno molto simile a noi. Insomma, c'è sempre quello più convinto, e quello invece che si affida ai compagni; ma sicuramente la Filosofia del Concerto non si può ridurre nè solo alla musica, nè solo all'alcol (ebbene sì, l'ho detto). Almeno per me, è qualcosa di molto di più: è un'occasione per scoprire e scoprirsi, nel bene e nel male.
Detto ciò, piccolo appunto finale per tutti quelli che vogliono avere notizie del concerto, e non sono interessti ai miei vagheggiamenti pseudo filosofici - esistenziali - decaffeinati: bellissimo. Due ore e mezzo (o forse di più?) pienissime... credo che sia stata una delle poche volte in cui il pubblico era più distrutto dell'artista, ma non poteva fare a meno di restare perchè tutto era TROPPO BELLO. A dire la verità, quando lui è uscito per il terzo (o era il quarto?) bis, temevo che qualcuno lo impallinasse...

1 commento:

Anonimo ha detto...

ma dehhhhhhhhhhh ma sei fica almeno?